Descrizione | |
"Sono solo ragazzi. Di sedici anni. Vanno in cerca dell’abbraccio del buio, resi audaci dall’alcol e frettolosi dall’immanenza del giorno del Signore." E’ l’incipit del romanzo de Peter May "L’isola dei cacciatori di uccelli", Einaudi. Un incipit che già traccia la storia che Peter vuol raccontare: sarà un giallo, ma anche un romanzo di formazione, giocato in un ambiente con una forte e costringente identità culturale. Del giallo ha tutte le caratteristiche: l’omicidio, l’indagine, il detective, ma è molto, molto di più; innanzi tutto una buona storia e una buona scrittura, mai cronachistica come di solito sono i gialli, è un narrare che ascolta, interpreta le voci del vento, della tempesta, del mare che s’infrange nelle scogliere, dell’oscurità, di un ambiente che non finisce mai di dire, quello che ha da dire, capace com’è di plasmare la vita della gente che l’abita. Siamo in Scozia, meglio nell’isola Lewis, la più grande delle Ebridi Esterne. Una storia inquietante. Dicevamo un romanzo di formazione ma con una caratteristica non usuale, parla di ragazzi che crescono, diventano uomini senza la presenza di veri padri: orfani, affittati al primo disponibile e, infine, modellati da un’identità culturale che non lascia loro scelte. Gli studi universitari e poi il lavoro fuori dall’isola li renderà precari, schiavi di una nostalgia che li costringe a ritornare nella loro isola. Inquietante anche questa l’identità culturale: quello che succede in roccia lì deve restare (un omicidio), quello che succede nelle mura domestiche, non si deve sapere, la mattanza di piccoli uccelli appena nati, una tradizione da conservare a tutti i costi. Un’identità non aggredibile dall’esterno perché imposta dall’ambiente, da un’isola naturalmente divenuta un universo a se. "Lunghe strade vuote collegavano insediamenti brulli ed esposti, raccolti intorno a chiese di tante denominazioni diverse. La chiesa di Scozia. La chiesa libera e unita di Scozia. La chiesa libera di Scozia… Ognuna era una scissione dalla precedente. Ognuna era testimonianza dell’incapacità degli uomini di andare d’accordo con gli altri uomini. Ognuna una forza aggregante per l’odio e la sfiducia nel prossimo" Viene in mente "le città invisibile di Calvino": un’isola, un inferno dove Peter May cerca di salvare ciò che inferno non è, un compito affidato nel romanzo a Fin il detective della situazione. Leggiamo la quarta di copertina: "L'ispettore Fin Macleod ha appena perso un figlio e il suo matrimonio sta andando letteralmente alla deriva. Quando, per indagare su un omicidio, viene spedito sulla sua isola natia, poco più di uno scoglio al largo delle coste scozzesi, Macleod è costretto ad accettare. Anche se questo significa riprecipitare nel proprio passato, negli echi di una violenza aspra e senza redenzione che ogni anno trova sfogo nel massacro sistematico delle sule, uccelli che sull'isola vengono a nidificare. E a morire." La personalità dello stesso Fin è inquietante: ateo arrabbiato ha momenti, decisivi nel romanzo, impregnati di una spiritualità non intellettuale, ma tutta esperienziale che ti coglie di sorpresa. Un’annotazione. Scrivo questi appunti dopo aver letto anche gli altri due romanzi di Peter May "L’uomo degli scacchi" e L’uomo di Lewis"; voglio ringraziare Alida Cassol per avermi sollecitato queste letture che avevo trascurato forse per le troppe recensioni positive che ne avevano segnalato l’uscita. Veramente sono tre bei romanzi, veramente vinceranno il tempo come lo fanno i classici, veramente penso di rileggerli perché sono sicuro che avranno tanto altro da dirmi. Grazie Alida. A conclusione un’ultima annotazione. C’è da credere che May abbia fatto gioire gli uffici turistici dell’isole Ebridi: i lettori dei tre romanzi sentiranno un desiderio possente di visitarle, di immergersi in quei territori, di incontrare la gente che le abitano. Noè Zanette | |
Scheda creata Martedi' 14 giugno 2016 | |
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